23 anni fa si giocava Barcellona-Sampdoria, una finale tra outsider in Coppa Campioni (foto)

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Oggi che il Barcellona è entrato a pieno titolo nell’aristocrazia europea, con ben quattro Coppe dei campioni (o Champions) in bacheca, è difficile crederci, ma fino al 1992 i blaugrana non avevano mai vinto il massimo trofeo continentale. Nell’albo d’oro, fino ad allora, c’erano “solo” tre coppe delle Coppe e tre Coppe delle fiere (versione antica della Coppa Uefa).

Il primo successo arriva esattamente 23 anni fa. A Londra, nel leggendario Wembley Stadium, i catalani affrontano la Sampdoria. I doriani hanno vinto l’anno precedente il primo scudetto della loro storia e nella prima partecipazione alla Coppa dei campioni centrano subito la finale.

Il pronostico non è scontato. La partita resta sullo 0-0, anche se non mancano le occasioni. Pure sui piedi degli attaccanti della Samp, che le sprecano malamente. La gara sembra indirizzata ai rigori, ma al a 8 minuti dal 120′ l’arbitro concede una punizione dal limite al Barcellona. A batterla va l’olandese Koeman, che batte sul lato coperto da Pagliuca. La palla si infila alla destra del portiere e sancisce la sconfitta della Samp.

Per il Barcellona è la prima Coppa dei campioni (a cui seguiranno quelle del 2006, 2009 e 2011). Per la Sampdoria invece si tratta di un’occasione persa, forse irripetibile. Per partecipare nuovamente alla Champions, i blucerchiati devono attendere il 2010, quando saranno eliminati ai preliminari dal Werder Brema.

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Boca Juniors – River Plate, un Superclasico brutto come pochi

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Qualche anno fa la stampa britannica inserì Boca Juniors-River Plate al primo posto nella lista degli eventi sportivi imperdibili. Ma la gara di ieri sera, giocata alla Bombonera, difficilmente rientrerà tra quelle da celebrare.

Della partita, valida per il ritorno degli ottavi di Coppa Libertadores, si è giocata solo la prima metà. Al rientro in campo, sul risultato di 0-0, i sostenitori hanno spruzzato uno spray urticante sul terreno di gioco, colpendo i giocatori del River e costringendo l’arbitro a sospendere la gara.

Successivamente i giocatori della squadra ospite hanno dovuto attendere due ore negli spogliatoio prima di poter lasciare lo stadio, assediato dai tifosi del Boca. Quattro di loro sono stati portati in ospedale. Duro il commento dell’allenatore del River Marcelo Gallardo, che ha parlato di “una vergogna per il calcio argentino”.

A questo punto è prevedibile che il Boca sarà punito per responsabilità oggettiva con la sconfitta a tavolino. In alternativa (ipotesi meno probabile) la Confederazione calcistica sudamericana (Conmebol) potrebbe decidere di far giocare i 45’ restanti.

La gara di andata, giocata al Monumental, si era conclusa col risultato di 1-0 per il River. La squadra vincente affronterà nei quarti i brasiliani del Cruzeiro.

I peggiori derby

Nella lunghissima storia del superclasico, uno dei derby più sentiti al mondo, non mancano le pagine nere.

La più antica risale al 20 settembre del 1931, prima gara professionistica tra le due squadre di Buenos Aires, quando un rigore contestato assegnato al Boca diede il via a violenti scontri che dal campo di gioco si estesero agli spalti.

L’episodio peggiore in assoluto risale però al 23 giugno 1968, quando 71 persone morirono e altre 150 rimasero ferite nella calca avvenuta nei pressi di uno degli ingressi del Monumental, il “Cancello 12”.

@mondocalcioblog

Il tracollo del calcio egiziano

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l punto forse più basso della sua storia il calcio egiziano lo tocca nel novembre 2013, a Kumasi, in Ghana, nell’enorme Sport Stadium. Davanti a oltre quarantamila persone i faraoni giocano contro la squadra di casa per la qualificazione ai Mondiali in Brasile dell’anno successivo, ma la partita non ha storia. L’Egitto perde senza opporre resistenza. Il 6-1 finale è umiliante, ma lo è ancora di più l’immagine di una squadra allo sbando, disorganizzata e priva di volontà nonostante il talento di alcuni suoi uomini. Lo specchio fedele di quello che è oggi lo stato del calcio egiziano.

Al Cairo il dramma nazionale cede presto spazio al dibattito sulle ragioni che lo hanno causato. Ci si chiede come sia possibile che la Nazionale più titolata del continente, sette volte vincitrice della Coppa d’Africa, sia finita così in basso. E per capirlo non è possibile ignorare quello che è successo in Egitto, fuori dal calcio, negli ultimi anni: le rivolte della primavera araba del gennaio 2011, la caduta di Mubarak, l’ascesa al potere dei Fratelli Musulmani e, infine, la restaurazione guidata dai militari.

Settantaquattro

Mentre il popolo egiziano tentava inutilmente di cambiare il corso della propria storia, per poi ritrovarsi al punto di partenza, a calcio si è giocato poco o nulla. Il primo febbraio 2012 a Port Said si è disputata la partita tra Masry e Ahly, passata alla storia per i sanguinosi scontri tra i tifosi di casa e quelli arrivati dal Cairo, con la polizia che non ha mosso un dito per fermare il massacro. A detta delle famiglie delle vittime, le forze dell’ordine volevano vendicarsi della partecipazione degli stessi ultras alle rivolte di piazza di un anno prima. I morti alla fine sono stati settantaquattro, come il numero che porta oggi sulle spalle il viola Mohamed Salah, il più grande talento del calcio egiziano, proprio in ricordo di quel massacro.

Da quel momento le partite del campionato egiziano si sono giocate a porte chiuse. Gli spalti sono stati riaperti solo lo scorso gennaio, in via sperimentale, e subito richiusi un mese dopo, in seguito ai nuovi e sanguinosi scontri avvenuti al Cairo l’8 febbraio. In quell’occasione 20 persone sono rimaste uccise nella carica della polizia, mentre tentavano di forzare l’ingresso dell’Air Defence Stadium per assistere alla partita tra Zamalek ed Enppi.

Dagli oltre ventimila spettatori di media fatti da Ahly e Zamalek nell’ultima stagione pre-rivoluzione, si passa a zero. L’impatto, anche economico, è devastante, come sottolineato dalla stessa Federcalcio egiziana (Efa): lo scorso aprile i rappresentanti della Lega hanno incontrato l’allora ministro dell’Interno Mohamed Ibrahim per chiedere la riapertura degli stadi. Ma per il momento, tolta la parentesi di gennaio, i cancelli restano chiusi.

Nel frattempo, il campionato va avanti, ma a singhiozzo. Quella in corso, iniziata a settembre, è la cinquantottesima edizione dell’Egyptian Premier League, la prima regolare dopo anni, con venti squadre e un girone unico. Lo scorso anno il campionato si è disputato in una nuova formula che prevedeva due gironi, allo scopo di ridurre le occasioni di conflitto. Prima ancora, per due anni di seguito, la stagione è stata interrotta a metà, a causa di tensioni politiche e violenze varie.

di Carlo Maria Miele – mubamubaPubblicato su L’Ultimo Uomo del 22 aprile 2015

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Il Bar Peppe e il turno infrasettimanale

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Il nuovo romanzo di Maurizio De Giovanni, napoletano e tifoso del Napoli, si intitola Il resto della settimana. L’idea narrativa è questa: c’è il Bar Peppe – una specie di barsport partenopeo – in cui la gente si ritrova per commentare i risultati delle partite degli azzurri. Il match domenicale è il centro intorno al quale si snodano le esistenze di vari personaggi che trascorrono – appunto – il “resto della settimana” come possono, tra amori, ambizioni, fallimenti, desideri, ricordi, eccetera.  Ma sempre con la stella polare della passione calcistica a guidare la propria vita. Anzi, a darle un senso cadenzato dai sette giorni di intervallo tra una partita e un’altra.

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Franco Scoglio, un figlio del Sud che non amava parlare ad minchiam

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Un figlio del sud che non amava parlare ad minchiam [1]. Una laurea in Pedagogia, alcuni anni d’insegnamento all’Istituto Agrario di Palmi, e per tutti Franco Scoglio da Lipari era il Professore.

Cresciuto a pane e cipolle, da piccolo dormiva su un letto di pietra pomice con sopra la paglia. Scoglio era un allenatore di lotta e non di governo. Teorizzava la ribellione dei giocatori e spesso non si presentava agli allenamenti: Continue reading